Proponiamo quindi di tenere per il momento da parte il termine “dialetto”, e sostituirlo, ai fini dell’analisi strutturale qui esposta, con “varietà”. In omaggio al significato non strutturale di “dialetto” come tipo di lingua che può esso stesso essere eterogeneo, alcuni linguisti hanno ancora suddiviso l’oggetto della descrizione fino al livello dell’"idioletto". (p. 207) - Weinreich (1974) n. 17 Certuni non sono alieni dal chiamare le lingue moderne standardizzate “dialetti indoeuropei” o a parlare di “dialetti letterari”. La dialettologia nel senso proposto in questo articolo non deve necessariamente essere circoscritta al livello popolare, ma quest’uso non è che una ragione di più per tenere da parte il termine “dialetto”. (p. 218) - Weinreich (1974) Un problema […] è quello di determinare quali tratti strutturali e non strutturali della lingua abbiano di fatto contribuito a frammentare il continuum della lingua popolare nelle unità non tecniche di “dialetti” […] ecc. (p. 222) - Weinreich (1974) Questa ricerca combinata potrebbe andare al nucleo della questione dei diasistemi come realtà empiriche più che come semplici costruzioni. Uno dei suoi sottoprodotti potrebbe essere la formulazione di un concetto tecnico di “dialetto” come varietà o diasistema, con certi tratti definitori espliciti. (p. 222) - Weinreich (1974) Per indicare l’oggetto della descrizione, che è di fatto una suddivisione dell’aggregato di sistemi che i profani chiamano una singola lingua, si usa il termine “dialetto”. Ma se si definisce il “dialetto” come la lingua di una comunità, di una regione, una classe sociale ecc., il concetto non sembra compatibile con la linguistica strutturale in senso stretto, perché è fornito di attributi spaziali o temporali che non appartengono, a rigore, a un sistema linguistico in quanto tale. (p. 207) - Weinreich (1974)
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