Citazioni |
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Le ragioni per le quali c’è tanta riluttanza a mettere assieme preposizioni e desinenze sono numerose: innanzi tutto, le prime vengono prima e le seconde dopo la forma che governano; in secondo luogo, le preposizioni possono essere separate dai loro sostantivi da varie aggiunte, come un articolo e uno o più aggettivi, mentre le desinenze sono permanentemente connesse alla parola che caratterizzano; in terzo luogo, c’è normalmente una preposizione per locuzione, qualunque sia il numero di articoli o di aggettivi che vi si aggiungano, mentre le desinenze si trovano in genere dopo ogni elemento che si aggiunge; in quarto luogo, nel caso delle preposizioni, il funzionale forma usualmente un segmento ben netto della frase, a differenza di quello che troviamo, per esempio, nelle desinenze dei casi latini, in cui l’indicazione del caso, cioè della funzione, è formalmente confusa con quella di tipo completamente differente di monema, vale a dire il numero, e in cui non è sempre chiaro cosa appartiene al monema sostantivo e cosa alla desinenza: la desinenza nominativa di puppis è '-is' oppure soltanto '–s' come in 'urbs?'. Tutte queste quattro ragioni non possono essere respinte come semplici pregiudizi. Ma non dobbiamo permettere loro di oscurare l’identità funzionale delle preposizioni e dei casi. Tutte possono essere in definitiva ridotte allo stesso fenomeno: monemi che, per una ragione o per un’altra, sono frequentemente o costantemente in contatto tendono a fondersi. La fusione avverrà più probabilmente e sarà più stretta se l’elemento di cui si indica la funzione viene per primo e l’indicatore di funzione per ultimo. (pp. 73-74) - Martinet (1984)
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