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Lemma  monema 
Categoria grammaticale 
Lingua  italiano 
Opera  Martinet (1984) 
Sinonimi   
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Traduzioni   
Citazioni 

[…] Un monema può, in certi contesti, apparire come un segmento ben preciso, ma in altri può fondersi con il 'signifiant' di qualche altro monema (o monemi), come quando il francese 'à', che è generalmente /a/, anche prima dell’articolo maschile in 'à l’hôpital' (/al. . . ./), è amalgamato con questo stesso articolo in 'au moulin' (/o. . . /) […] Un monema può non apparire mai come un segmento separato perché il suo 'signifiant' è sempre amalgamato con quello di qualche altro monema (o monemi); ciò non toglie che l’esistenza indipendente dei monemi in causa non è mai messa a repentaglio: in latino, il monema dativo non appare mai come un segmento che non sia al tempo stesso il 'signifiant' del monema di singolare o di quello di plurale […] Un monema ha un 'signifiant' discontinuo e il suo uso da parte del parlante implica modificazioni formali in due o tre sedi diverse della frase: il monema latino usualmente identificato come 'sine', «senza», era accompagnato necessariamente da una finale specifica («ablativo») dei sostantivi di cui si indicava la funzione, così che in 'sine dubio', il suo 'signifiant' includeva /sine/, più /. . . ō/ di 'dubio', nella quale, tuttavia era amalgamato il 'signifiant' del monema singolare. (pp. 132-133)
- Martinet (1984)

Non è vero che ogni frase può essere analizzata in una netta successione di monemi, ognuno con il proprio significato ben specifico e il proprio segmento netto. Quando dico venne dov’è il mio segmento corrispondente al «passato»? Nel francese elle 'va au marché', con 'au' come unico fonema /o/, che segmento devo attribuire alla preposizione e quale all’articolo definito? Per quanto riguarda la seconda articolazione, abbiamo visto prima come sia difficile analizzare in segmenti fonematici parole come 'ice' e 'out', e ho lasciato intendere che la nostra insufficienza può riflettere meno l’imperfezione dei nostri metodi che un’effettiva indeterminatezza. La nostra risposta sarà che non abbiamo detto, o implicato, che l’intera lingua, così come è rappresentata da discorso corrispondente, può essere esaurientemente ridotta a successioni di monemi e fonemi. Abbiamo semplicemente detto che quello che vogliamo chiamare una lingua fa uso di monemi e fonemi; se poi aggiunga loro altri espedienti che possano oscurare o distorcere alcuni tratti della doppia articolazione, questa è un’altra questione. (pp. 49-50)
- Martinet (1984)

Il criterio dell’autonomia sintattica porta ad una triplice distinzione fra monemi: abbiamo per prima cosa monemi che portano in loro stessi l’indicazione della loro propria funzione e che designeremo come monemi autonomi: i francesi 'vite', 'hier', 'demain', 'dimanche' in 'il viendra dimanche', sono monemi autonomi; in inglese sembra che ci siano pochi monemi chiaramente autonomi di questo tipo, ma i composti autonomi come 'last night', 'next week' sono perlomeno altrettanto frequenti che in francese, dove abbiamo 'hier soir', 'la semaine prochaine' […] Abbiamo poi monemi che non implicano una relazione definita con il resto della frase e sono quindi disponibili ad assumere diverse funzioni. Naturalmente, ognuna di queste funzioni divrà essere indicata in qualche modo, sia con la posizione, che per mezzo di qualche elemento aggiunto. Questi monemi si possono chiamare dipendenti: 'villaggio' è un monema dipendente. Per ultimi, abbiamo i monemi che assicurano l’autonomia ad altri monemi ai quali sono congiunti, indicandone la funzione, vale a dire la loro relazione con il resto della frase. (pp. 72-73)
- Martinet (1984)

Il monema è un segno saussuriano, un’unità con un significato ed una forma fonica, vale a dire un’unità che unisce qualcosa che non è manifestata alla sua manifestazione esterna. Appartiene ai due piani dell’espressione e del contenuto ed è il segmento più piccolo che abbia questo carattere. Il fonema ha una forma fonica, ma non ha significato. È pura manifestazione e appartiene esclusivamente al piano dell’espressione. (p. 66)
- Martinet (1984)

Siamo quindi indotti ad accettare, perlomeno come presupposto pragmatico, l’opinione che esistono in tutte le lingue delle distinzioni fra monemi per quanto riguarda l’estenzione che possono assumere le varie funzioni esistenti. In nessuna lingua tutti i monemi sono usati indiscriminatamente come dotati di funzione o marcanti una funzione. In altre parole, non c’è lingua senza grammatica. Ma una volta assicurate delle marche di funzione non ambigue, non c’è ragione universalmente valida per cui un monema, eccetto quelli che sono specificatamente marche di funzione, sia escluso da una data funzione, o predicativa o non predicativa. Pure, la specializzazione è molto diffusa. (pp. 97-98)
- Martinet (1984)

Quello che caratterizza la comunicazione linguistica e la oppone ai gemiti prelinguistici è precisamente quest’analisi in un numero di unità che, a causa della loro natura vocale, devono essere presentate successivamente in una serie lineare. Queste sono le unità che molti linguisti contemporanei chiamano «morfemi». Ma dato che molti altri linguisti usano «morfema» per altri scopi, preferisco chiamarle «monemi». I monemi sono i più piccoli segmenti del discorso ai quali è congiunto un significato. Secondo la terminologia saussuriana, sono «segni» minimi a due facce: 'signifiant' e 'signifié'. (pp. 42-43)
- Martinet (1984)

 
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