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La convergenza linguistica è universale: si trova fra coloro che sentono di appartenere alla stessa lingua e allo stesso gruppo sociale e credono di parlare nello stesso modo sotto tutti gli aspetti, come fra un nuovo arrivato e gli abitanti precedenti di un quartiere suburbano; ma si trova anche fra pescatori russi e norvegesi, a cui capita di istallarsi negli stessi paraggi lungo la spiaggia artica e si traduce nello sviluppo di una nuova forma parlata. Inoltre, la convergenza produce inevitabilmente la divergenza: il nuovo venuto che adatta la sua parlata a quella prevalente del nuovo ambiente deriverà da quello che è stato fino ad allora il suo insieme di abitudini linguistiche e tanto più rapidamente se le originali differenze linguistiche fra le due parti non impediscono l’immediata comunicazione orale. (pp. 149-150) - Martinet (1984) Quando incontriamo due lingue che presentano notevoli somiglianze e che, per qualche buona ragione, non crediamo che siano geneticamente parenti, siamo inclini a supporre un processo di convergenza determinato o no da contatti protratti fra le due comunità o da qualche substrato comune […] Si presume tuttavia frequentemente che la convergenza non produce in genere che somiglianze puramente esterne, quelle che risultano dall’imitazione diretta di alcuni suoni, o dal prendere in prestito elementi lessicali o dati grammaticali staccati che, dato che non sono saldati ai radicali, sono più facili da isolare e da trasferire da una lingua all’altra. C’è un po’ di vero in questo, benché io sia del parere che non c’è limite all’estensione della convergenza di due lingue. La convergenza si manifesterà in elementi periferici prima di manifestarsi in quelli fondamentali. Per questo, se la somiglianza si trova esclusivamente nei nuclei strutturali delle due lingue, possiamo essere indotti, se la parentela genetica è esclusa, a respingere come spiegazione quella sorta di convergenza che risulta da contatti. (pp. 105-106) - Martinet (1984)
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