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1. Una lingua può avere un accento, un segmento prominente per parola o unità paragonabile, qualcosa che in inglese si chiama spesso 'stress', ma l’accento è una realtà funzionale, che può involgere, per la sua attualizzazione, energia (ing. 'stress') altezza melodica, lunghezza, o qualunque combinazione di questi elementi; oppure una lingua non ha accento: la maggior parte delle lingue europee hanno un accento; il vietnamita e molte lingue dell’Africa Centrale non hanno accento. 2. Il posto dell’accento può essere o prevedibile e non distintivo o non prevedibile e quindi distintivo: lo si può prevedere in ceco dove cade sulla prima sillaba della parola, in polacco dove cade sulla penultima, nel latino classico dove il suo posto è determinato dalla lunghezza della sillaba; non è prevedibile in spagnolo in cui un’unità significativa caratterizzata dalla successione di fonemi /termino/ può significare tre cose diverse a seconda del posto dell’accento. (p. 125) - Martinet (1984) Un errore comune consiste nell’attribuire al vasto e mal definito campo dell’intonazione un certo numero di tratti che appartengono funzionalmente al campo dell’accento. L’uso della parola inglese 'stress', che si riferisce ad una realtà fisica, invece di 'accent' può confondere anche studiosi competenti e farli parlare d’intonazione ogni qual volta essi si immaginano di sentire una variazione di altezza melodica piuttosto che di energia articolatoria. Per molti di loro la differenza fra 'to increase' e 'an increase' è dovuta al fatto che l’accento cade in un posto diverso, mentre quella fra 'móving van' (un furgone che si usa per traslocare) e 'moving ván' (un furgone in movimento) risulta dall’uso di un differente andamento della curva d’intonazione. Se l’accento è definito non in riferimento a una pretesa natura fisica, ma come una prominenza data ad una sillaba per parola, o unità accentuale, allo scopo di marcare la rispettiva importanza delle unità nella frase, diventa chiaro che la differenza fra 'móving van' e 'moving ván' è accentuale e null’altro. (p. 59) - Martinet (1984) Non occorre provare ulteriormente che queste abitudini d’intonazione esistono. Sono uno di quei tratti che spesso permettono alla gente di affermare che una data persona ha questo o quell’«accento». Ma resta da determinare fino a che punto tali abitudini possono realmente ostacolare o impedire gli usi individuali delle implicazioni naturali della melodia del discorso. (p. 63) - Martinet (1984) Noi tutti, nella vita quotidiana, parliamo, e talvolta agiamo, come se esistessero delle comunità linguistiche nettamente circoscritte, all’interno delle quali si suppone che tutti i membri si comportino linguisticamente esattamente allo stesso modo. Quelli che non si comportano così in tutti i dettagli, si dice che parlano con un «accento» se le loro deviazioni da una supposta norma sono principalmente foniche. Si dice invece che parlano un «dialetto» se la loro aberrazione si estende alla grammatica e al lessico, particolarmente se la comunicazione è così, in qualche modo danneggiata. Fino a quando i linguisti furono «filologi», che concentravano la loro attenzione essenzialmente sulle forme scritte, letterarie della comunicazione umana, nessuno trovò niente da ridire su questo modo ingenuo e impreciso di accostarsi alla socio-linguistica: gli «accenti» non erano, si può dire, mai percettibili come tali nei loro testi, e quanto ai «dialetti» si preferiva dimenticarli, eccetto forse nel caso isolato del greco antico. (pp. 147-148) - Martinet (1984)
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